lunedì 20 dicembre 1999

"La via del Tarci", il mio ricordo

Nel dicembre 1999 uscì il libro "La via del Tarci", curato da Giuseppe Popi Miotti per volere della famiglia di Tarcisio Fazzini, l'alpinista di Premana scomparso su una cascata di ghiaccio nel 1991.
Nel libro tutti i ricordi di chi l'ha conosciuto e le fantastiche vie tracciate da questo innovativo arrampicatore che ammiravo nei primi periodi che scalavo in Valmasino.
Un modello da seguire per la ricerca di alpinismo e arrampicata esplorativa qui nelle Alpi Centrali.


Un giorno di dieci anni fa mi divertivo con Tarcisio a saltare giù dai “buciun” della Val di Mello, provando e riprovando passaggi inverosimili e scherzandoci addosso quando uno di noi due riusciva prima dell’altro. Avevo già scalato con “quello che stava aprendo tutte quelle vie qui in valle”, una volta nella sua falesia del Cainallo quando mi aveva prelevato dal Bar Monica in una domenica di pioggia, un’altra volta sul granito del Remenno dove la sua infinita banda di premanesi al seguito, una vera e propria grande famiglia, disturbava e al tempo stesso divertiva gli arrampicatori in zona con una sequenza di battute e gag esilaranti.  
Quei momenti di svago sui massi furono però particolari e mai verranno cancellati dalla mia memoria.
Tutto ad un tratto, gli occhi di Tarci mi fissarono in modo più concreto e uscirono le parole che per un sedicenne in cerca di gloria come ero allora potevano valere il sogno di quella lunga estate d’arrampicata: “vuoi venire con noi domani? Andiamo allo Specchio d’Archimede per aprire una via?”.
Inutile spiegare che fu una botta tremenda. La possibilità di legarmi con l’alpinista più intraprendente dell’era “post-sassismo” mi appariva come un qualcosa di emozionante allo stato più puro del termine. Difficile anche cercare di raccontare quello che mi passò per la testa nelle due lunghissime ore successive: cordate di Fazzini e Rampikini che firmavano le pareti del Masino e le nuove vie più difficili, un percorso da seguire insieme con idee comuni, momenti di grande alpinismo che ormai covavo già da qualche anno, da quando per la prima volta misi i miei pensieri sulle montagne. Era l’occasione d’oro e quest’idea restò in testa per tutti i minuti che passarono dai nostri sassi fino al bar. Fu lì che incontrammo a quel punto Norberto, il compagno di Fazzini, e purtroppo per me quella affiatata cordata si consultò, decidendo di non rischiare troppo portandosi appresso un minorenne esaltato come ero io a quel tempo. Fu difficile per Tarcisio dirmi che non mi trascinavano con loro, che mi aveva per poco tempo illuso di questo, illuso di sogni di grandezza. Per me fu un’altra botta tremenda, l’occasione era sfumata e cercai di non pensarci su troppo anche se per un attimo odiai quei due che mi avevano rovinato quel pomeriggio.
Un sogno che purtroppo non sarebbe mai divenuto realtà.
Sabina mi prese da parte in quella uggiosa giornata invernale dove gli alpinisti, i familiari e gli amici si erano radunati in tantissimi per dare l’ultimo saluto a Tarci.
“Mi aveva detto che quando avresti compiuto diciott’anni ti avrebbe portato in un posto ad aprire una via pazzesca, tu e lui e basta!”.
Chissà che parete aveva scelto...
Quelle parole mi fecero venire un groppo in gola e proprio lì decisi di non dare l’ultimo saluto a Tarci. L’avrei salutato dalle sue vette, in cima alle sue vie più difficili e tutto diventò quindi un percorso idealmente programmato, come una lunga scala di granito che sapevo già mi avrebbe arricchito di ogni sensazione che andavo cercando in montagna. Dalla fifa dei chiodi distanziati di Delta Minox al magico compleanno passato in solitaria su Jumar Iscariota, dagli echi sinistri della lama della Spada nella roccia fino alle braccia spompate che mi ritrovai per ben due volte in cima ad Elettroshock. Nessuno come lui è riuscito ad esprimere un alpinismo sportivo e al tempo stesso romantico sulle pareti granitiche del gruppo Masino-Bregaglia. Dico nessuno e non lo dico solo perché si deve tanto rispetto verso chi non è più con noi...
E’ la storia che ci dice questo, una piccola storia fatta da un grandissimo ragazzo sorretto da una passione e da una volontà impareggiabile, un eterno entusiasta che dopo 5 giorni di lavoro lasciava a casa il riposo per correre verso nuove mete.
Vorrei dirglielo adesso a Tarci, che le sue opere d’arte sono qui, che le vedo dalla finestra di casa mia.
Non preoccuparti pazzo premanense, tutto è ancora al posto giusto, tutto deve rimanere così e i tuoi quadri verranno difesi affinché gli arrampicatori del domani possano apprezzare la mano di un pittore così, senza trucchi e senza inganni.
Ci vediamo, caro compagno mancato...

Luca

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