venerdì 20 febbraio 1998

Picco Darwin, "Il naufragio degli argonauti", prima invernale


E’ stata l’ultima faticaccia invernale di una stagione molto intensa dal punto di vista alpinistico.
Dopo le cascate di ghiaccio, le vie di misto e le belle ascensioni al Bianco e sul Pizzo Palù mi mancava un’impegnativa via di roccia per sigillare l’inverno 1997/98.
Sono partito con l’amico Giovanni Ongaro, reduce dalla sua bellissima e ricca avventura sulle montagne patagoniche. Il nostro obiettivo era la parete Sudest del Picco Darwin, posta in alta Val Cameraccio (Val di Mello) e salita per la prima volta nel 1977 da Ivan Guerini, Guido Merizzi, Vittorio Neri e Mario Villa. Un itinerario decisamente impegnativo, situato in uno degli angoli più sperduti e meno frequentati dell’intera Val Masino.

La via contava solo (pare) 2 ripetizioni complete ed alcuni tentativi falliti a poco dalla cima.
Dopo una notte passata a bivaccare all’Alpe Pioda, siamo saliti all’alba fino all’attacco, confortati da previsioni meteorologiche che annunciavano finalmente una temporanea cessazione del forte vento che ha caratterizzato questo periodo ed ha ostacolato molti tentativi di ascensioni invernali di questo periodo.
Pochi giorni prima infatti, mi trovavo sul Pizzo Cengalo in compagnia di Manlio Motto, uno fra i migliori alpinisti italiani del momento, Vincenzo Sartore ed il valtellinese Dante Barlascini.
A poche lunghezze dalla cima della via che stavamo percorrendo (“Dalai Lama”, aperta con Cristiano Perlini nell’estate 1992) siamo stati fermati dalla forza di un vento veramente impressionante, che tanto mi ha ricordato la regione patagonica. La forzata ritirata dalla parete mi aveva in parte caricato per un’ultima avventura invernale.
Purtroppo anche questa volta le previsioni meteo non si sono rivelate del tutto esatte. Dopo 2 ore di avvicinamento e qualche momento di incertezza a causa del cielo minaccioso e delle prime folate di vento, abbiamo attaccato la via.
Con Giovanni, avevamo pianificato la salita in due parti: la prima parte della via toccava a lui da capocordata, mentre nella parte alta ci saremmo scambiati i ruoli. Giovanni ha superato i primi 7 tiri in arrampicata libera, con il vento che per fortuna non si accaniva ancora troppo. Dopo un tiro incassato in un camino dove era presente anche una bella cascata di ghiaccio, abbiamo invertito la cordata e qui si è scatenato il vento e... la neve portata da esso.
Senza poter levare i guanti, ho superato i complicati e strapiombanti tiri del muro sommitale, totalmente in arrampicata artificiale ad eccezione di qualche metro facile salito scalando.
E’ stato ridicolo il pensare alla giornata precedente quando, sotto un sole quasi afoso, salivamo in maglietta all’Alpe Pioda e scherzavamo sul fatto che con quel caldo era difficile parlare di “invernali”. In sostanza, sulla via al Picco Darwin, l’abbiamo preso in quel posto ma almeno possiamo considerarla una salita degna di questo nome.
Alle 17.00, dopo circa 8 ore di scalata, siamo sbucati sulla cima del Darwin letteralmente sballottata dalle forti correnti d’aria.
Discesa in doppia lungo la via ed arrivo a San Martino alle 22 passate.

Così come superata da noi, l’itinerario presenta difficoltà di 6c in libera e A2/A3 in artificiale, su circa 350 metri di sviluppo, roccia da stare attenti in diversi posti.
Tanto di cappello ai primi salitori che nel 1977 avevano aperto un itinerario di questo impegno.

NOTA: sulla via è presente uno spit sullo strapiombo iniziale del famoso "tiro di A5" (salito pericolosamente con poco materiale da Mario Villa durante la prima ascensione della via), piantato dalla cordata Pedeferri-Pizzagalli durante la prima ascensione in arrampicata libera della via. I due pensavano di aver tracciato una variante e anche noi durante l'invernale siamo passati da lì usando quello spit. Qualche anno dopo però, sfogliando un vecchio numero della Rivista della Montagna con l'articolo su questa via (articolo di Ivan Guerini), vidi una foto con Villa appeso sullo stesso strapiombo fessurato. Per cui mi è rimasto l'amaro in bocca, quel tiro fatto così non è più lo stesso.

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