mercoledì 1 luglio 1998

Karakorum, Charakusa Glacier

La mia prima spedizione sulle montagne del Pakistan, passando per Hushe e in fondo al ghiacciaio del Charakusa, all'epoca ancora pochissimo esplorato.



Vacanze d’arrampicata nel Karakorum inesplorato

Alla fine, il 29 giugno, salivo sull’aereo con la convinzione di aver fatto la scelta più giusta, quella di aver risposto chiaramente ai miei desideri infantili di avvicinarmi alle montagne più alte del mondo.
Non più sognare il K2 o l’Everest ma solo avvicinarli, per alzare la bandiera di quello che l’ambiente degli “addetti ai lavori” chiama “moderno alpinismo”: assenza di permessi, assenza di obiettivi, assenza di informazioni.

Così, trascorsa la solita routine dell’avvicinamento alle montagne, raggiungiamo la Chamonix del Karakorum, la capitale dell’alpinismo, vale a dire la polverosa Skardu.
Siamo in buone mani mentre due delle più famose guide pakistane, Little Karim e Rozi Alì, ci consigliano di lasciar perdere l’obiettivo dell’Amin Brakk e ci dirottano verso un “like Torri di Trango”.
Attorno al tavolo della consultazione mi imbatto negli occhi accesi dei miei compagni, il veterano del Karakorum Maurizio Giordani, mio compagno di avventure patagoniche, Natale Villa e il giovanissimo Mattia Locatelli.
Tre cambi di jeep e venti rischi di franare più tardi, siamo a Hushe, complicatissimo villaggio di viuzze nascoste posto all’inizio delle montagne più alte.
Karim ci accoglie nella sua dimora e mentre ci fa accomodare nel migliore dei modi lo tempesto di domande per scoprire dove andremo e se troveremo quell’eldorado di roccia che ieri, purtroppo, mi hanno messo in testa.
La luce del mattino seguente è accompagnata da un ronzio di voci.
Mi sveglio eccitatissimo per prendere parte al mio primo giorno con i portatori e festeggiare così la fine delle ostilità motorizzate.
Tre giorni di dolce trekking d’avvicinamento, una pacchia rispetto alle ripidissime vallate delle Alpi Centrali. Con una violenza inaudita, in poco meno di un’ora, saltano fuori decine di torri e pilastri con un denominatore comune chiamato “unclimbed”.
Partiamo all’alba con la nostra guida ed un portatore per avvicinarci alla splendida torre rocciosa beatamente adagiata in cima ad un lungo canale di neve.
Si chiama Kopra Peak, così ha detto Karim, e senza indugiare mi ritrovo sopra i 5000 metri attaccato a solide lame di granito giallastro mentre Natale fa sicura, Maurizio riprende con la videocamera e Mattia è giù alla base ad impressionarsi e ad impressionare noi sulla pellicola.
Salgo un po' a rilento, ancora intaccato dall’acclimatamento quasi nullo e dal fumo pakistano, ma già mi sto divertendo pensando che fra qualche ora toccheremo una favolosa cima inviolata. Ottimismo? Di nuvole neanche a parlarne e tanto meno del vento.
Un terzo a testa di ricerca della via per ognuno di noi, su difficoltà già abbastanza faticose per queste quote.
Il ghiaione sommitale è una delizia per Natale che ad un tratto urla di essere sulla cima. Per poco la quota mi tira un brutto scherzo, quando Natale mi comunica di aver trovato una lattina di Coca Cola sulla cima. Maurizio non parla ed io ci credo come un fesso.
Due giorni dal nostro arrivo qui e l’incubo della realizzazione, quella che ti fa dire “bella spedizione”, è già sparito sui 450 metri della torre.

Sono passate 36 ore dalla prima avventura in parete e solo ora mi accorgo di non essere in Patagonia.
Un maledetto e caldo sole sempre libero da nuvole ci tormenta non poco mentre perlustriamo la base della grande torre di granito che tanto attira Maurizio.
Si parte il mattino seguente e dopo 4 ore di marcia, ne aggiungiamo altre due in un ripido canale di ghiaccio prima della decisione di mollare tutto qui, per tentare un “su e giù” senza sacchi a pelo, fornello, cibo e vestiti pesanti.
Comincia la corsa contro il tempo che si arresta bruscamente a metà parete, lungo due tiri di rocce franate. La delicatezza è d’obbligo per Maurizio e Natale, impegnati rispettivamente in un mix di artificiale e libera letteralmente terrorizzante. Il terreno si abbatte un poco e il pomeriggio comincia ad inoltrarsi troppo. Ci guardiamo in faccia sperando di non dover essere il primo a pronunciare le amare parole del “torniamo indietro”. E invece passa un’altra ora prima di ritornare degli eroi che sentenziano: “una montagna così vale la sofferenza di un gelido bivacco”.
Ora almeno so a che cosa andiamo incontro!
12, 13, 14... quanti tiri, la cima non arriva più. Il sole ormai è sul punto di abbandonarci e lo salutiamo una sessantina di metri sotto la vetta. Questa volta l’ho azzeccata, ripeto dentro di me chiudendo accuratamente la tuta in goretex e notando il viso di Maurizio un po' preoccupato dalla notte che lo attende con il suo leggero pile.
Tre Marlboro per me e Natale fissi con lo sguardo su quel puntino luminoso 1000 metri più in basso dove Mattia sicuramente sta’ organizzando la sua cena.
Attendiamo l’alba.
Il Masherbrum si illumina!” - esclamano i compagni.
E’ finita la tortura e come un fulmine mi alzo in piedi caricandomi ogni tipo di friend, nut e chiodo per il muro sommitale. Le membra ancora infreddolite escono dal loro letargo notturno e mi aiutano pian piano per questo difficile muro terminale. Inutile aggiungere che è un tiro che mi ricorderò per molto tempo. Recupero i due con un urlo, svegliando Natale che all’arrivo del sole è finalmente entrato nel mondo dei sogni.
Un’ultima dozzina di metri e la Charakusa Tower è interamente sotto i nostri piedi.
Niente da dire agli altri, solo il pensiero di dove scendere.
Per tutta la giornata ci caliamo attrezzando doppie senza saper dove esse finiranno, sognando “italian ciapati”, sigarette K2 e tè pakistani. Trasciniamo le corde sul ghiacciaio, calando quel pesante saccone che tanto è stato inutile. Arrivati al campo base, mi butto in tenda e mi addormento, sognando per molte ore.
La Patagonia, quanto era bella con tutte quelle giornate di brutto tempo nelle quali non dovevi fare altro che oziare!
E’ una settimana che sono qui e la spedizione potrebbe già chiudersi per rientrare a passo trionfale nelle proprie dimore alpine. Maurizio ci lascia veramente e torna ai propri impegni di commercio. Per qualche giorno il cielo finalmente si guasta ed io, ripresomi dalle faticaccie della grande torre, ho il tempo per progettare il mio classico blitz annuale.
Il Dog’s Knob mi attende per la solitaria ma la mattina della partenza, guardando gli occhi di Mattia che mi accompagnerà alla base, il mio egocentrismo lascia spazio ad altro.
Mattia è rapidissimo e in pochi minuti è pronto con la sua imbragatura e le scarpette. Mille metri più sopra comincio a sottolineare al giovane Malnatt quello che probabilmente sta provando, a 17 anni su una via nuova in Karakorum. L’unico neo della giornata rimane quella cima mancata per l’arrivo del brutto tempo dopo aver comunque unito la nostra nuova linea alla via dei primi salitori di questo stupendo e simmetrico obelisco di granito.
Verso sera è Natale che aspetta il ritorno dei due bambini al campo base.

Ancora dieci giorni e ancora roccia durante un tentativo sul primo pilastro del K7. Finalmente facce nuove al campo base e sono quelle di Conrad Anker, Peter Croft e Galen Rowell.
Anche loro stanno facendo strage in quest’universo di verginità rocciose e il più carico di tutti sembra essere Galen, non solo di rullini fotografici. Ci accordiamo con lui per andare a quella verticale parete incisa da cento e passa diedri-fessure, alta quasi mezzo chilometro e decisamente invitante. “Le fessure gli piaceranno a questo veterano di Yosemite, non credi Natale?
Mancano due giorni al nostro rientro e siamo all’attacco per legarci in quest’inedita alleanza italoamericano.
Non dobbiamo cercare linee di salita, il primo diedro è quello buono.
Sole, T-shirt, più di cento foto da uno dei migliori fotografi del pianeta e tanti incastri; il sogno pakistano si materializza lungo i tiri, sempre più faticosi e sempre più incredibili, accompagnati dalla miglior roccia incontrata in questo viaggio. Sembra fatta apposta anche l’ultima lunghezza di corda prima della cresta, quella più difficile: una lama fessura che mi toglie il fiato residuo degli oltre 5000 metri.
OK Luca, good pitch, I think... five eleven bi, I’m very tired. We go to the summit?
Ma noi siamo già in cima Galen, guarda che qui non c’è la vetta, è solo una grande e lunghissima cresta!
Le fatiche del fotografo conquistatore sembrano tutto ad un tratto sparite e il nostro compagno abbandona corda e ferraglia per andare alla ricerca della vera cima. Guardo Natale e sbuffo, ammiro il peggioramento del tempo e mi preoccupo.
Comincia il nostro inseguimento al californiano che sembra impazzito. Un trenino di alpinisti si rincorre senza corda su e giù dai torrioni di questa vetta. Ad un certo punto Galen si dichiara sconfitto, all’ennesima scoperta di non essere sulla torre più alta.
Finish, is not the summit!
OK, Galen, cominciamo a scendere che stasera ci aspetta l’ultima cena al campo base”.

Finalmente la spedizione dei sogni era finita...


CHARAKUSA AREA - Campo Base K7

6/7/98
“GEMELLI PEAKS” - 5000 m c. - prima salita alla cima - Canale NW - V+
Maurizio Giordani

7/7/98
KOPRA PEAK - 5400 m c. - prima salita alla cima - Sperone E - 450 m - VI+ / A1
9 ore - 2 spit di calata dalla cima
Maurizio Giordani - Luca Maspes - Natale Villa

10-11/7/98
“CHARAKUSA TOWER” (BOTOL PEAK o FATHI BRAKK) - 5600 m c. - prima salita alla cima - Parete W/NW - 900 m - VII / A3 / 55°
14 ore (1 bivacco) - 2 spit in via + 1 di sosta
Maurizio Giordani - Luca Maspes - Natale Villa


15/7/98
tentativo via nuova al primo pilastro del K7, salite 3 lunghezze (VI max)
Mattia Locatelli - Luca Maspes - Natale Villa

18/7/98
DOG’S KNOB - 5400 m c. - Parete SW - via nuova - 250 m - VII-
4 ore - 2 spit di calata
Mattia Locatelli - Luca Maspes


20/7/98
“IQBAL’S WALL” - 5000 m c. - Parete E/SE - 400 m - via nuova - VII+/VIII- e 1 pendolo
7 ore - solo chiodi normali
Luca Maspes - Galen Rowell (USA) - Natale Villa

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