mercoledì 2 giugno 1999

Karakorum, Chogtoi Glacier, "Indian Arete" e Simo Peak

La mia seconda spedizione in Karakorum durerà due mesi, con due gruppi diversi e con due zone diverse da visitare.
La prima parte del viaggio è nel Chogtoi Glacier, una laterale del Baltoro che finisce sotto le pareti Nord dei Latok e dell'Ogre. Sono con Emanuele Pellizzari, Gianni Zappa, Massimo Sala ed il geologo Paolino Biffi, aggregato a cercar minerali.

Il video del tentativo all'"Indian Arete" del Latok III, qualche foto (in bassa risoluzione) ed il racconto dell'esperienza di Emanuele "Kinobi" Pellizzari.




CRONACA DI UN "ONESTO TENTATIVO
di Emanuele Pellizzari


Racconto semiserio.
La spedizione è iniziata come se non volesse mai partire.

Cronaca: arrivo alla Malpensa, sono quello che viene da più lontano, ma sono il primo, capita. Abbiamo deciso di partire con il volo mattutino per Manchester, in quanto, per i ritardi per la guerra in Kosovo (a 500 km da casa mia) e per la cronica inefficienza del nuovo aeroporto, abbiamo paura di perdere la coincidenza. 
Al check in, siamo terrorizzati, alla fine abbiamo più di 300 kg di bagaglio, quando ce ne spetterebbe 23 x 5 persone. Non importa, ci fanno passare e voliamo, credo perché Maspes ha rivolto il suo "famelico" sguardo da don Giovanni all'addetta.
Arriviamo a Manchester, e ci parcheggiano in una hall rotonda che diventerà la nostra casa per due giorni. Andiamo in edicola e comperiamo "The Guardian", il quotidiano che parla maggiormente di politica estera dell'UK: male, va molto male; il titolo dice "Pakistan e India pronti a fare la guerra, Skardu sotto coprifuoco".
Sapevamo che India e Pakistan avevano riacceso il loro conflitto per il Kashmir, ma non in modo tale da ritrovarcelo come primo titolo nei quotidiani in Gran Bretagna. Poi siamo diretti a Skardu, e non credo sia bello andare in un posto con il coprifuoco. Prendo anche il Times, secondo titolo: "il Kashmir fa accendere i missili nucleari"; ancora meglio.

Cerchiamo di far passare la giornata rapidamente, siamo lì a mezzogiorno, ed il volo è alle 19.
Vado disperatamente alla ricerca della copia di “High”, dove sono ritratto in copertina, e la trovo: ilarità generale, un forte climber semi sportivo appeso ai Jumar, perdippiù in copertina; la mia reputazione è sotto le ascelle di Luca. E' la peggior cosa che mi potesse accadere, non l'onta di essere ritratto in un resting, addirittura sono ritratto sui Jumar...
 Alle 19 ci fanno passare nella zona di imbarco e ci rimarremo per 4 ore. Un black out a Heatrow (Londra) blocca il nostro aereo; il cibo che ci offrono è orrendo. Ci fanno partire il giorno dopo alla stessa ora. Abbiamo così perso una giornata, ma almeno c'è la possibilità di rileggere il “Guardian” ed il “The Times” il giorno dopo.
Il nostro giro è nel caos: l'appuntamento con il ministero del turismo per il permesso è andato, la nostra guida Little Karim pensa che lo abbiamo bidonato, i giornali parlano di "zona sconsigliata ai visitatori" e di "migliaia di morti": alla grande, poi fuori piove, un presagio che si avvererà per il proseguo del viaggio.
Alla fine raggiungiamo Islamabad, sbrighiamo le formalità e partiamo in camion per Skardu. La strada è in "medie" condizioni, impiegheremo "solo" 21 ore per fare 600 km.
Massimo sta già male, probabilmente per i sobbalzi, Gianni vomita qualche volta. Paolo Biffi (il geologo) se la passa mediamente, io e Luca fumiamo sigarette. A Skardu, sembra che la guerra non ci si sia, se non fosse per qualche Mig che passa basso e per il fatto che hanno requisito tutte le jeep grandi. Grandi? Jeep grandi? Come le jeep grandi? E noi, con che cosa è che trasportiamo il nostro bagaglio? Con la promessa di partire prima delle 5 di mattina "prima che la polizia prenda servizio", alla fine Little Karim (la nostra guida) riesce a trovare una jeep e farci partire: scena comica, gente attaccata al tetto, bagagli compressi che sembrano esplodere. Allora aggiungiamo una nuova jeep, piccola, per provare a starci comodi: 29 persone in due jeep, con bagaglio!
Il cibo "fresco" ammonta a 200 kg di leccornie, incluso un chilo di aglio, che ci dicono faccia bene per la quota. Partiamo, il trekking va avanti ed arriviamo nella valle; francamente l'approccio è noioso, lungo sotto un solleone. Luca è elettrizzato, a me, fa molto senso dover piantare un campo su ghiacciaio e starci per 20 giorni. Nessuno di noi è equipaggiato per restare così a lungo in condizioni così fredde.
Le "pareti di roccia che partono dalla tenda", come mi avevano raccontato, sono un miraggio: si tratta di montagne misto neve e roccia che partono a due/tre ore dal campo base. I Latok, visti da nord, incutono timore, ogni tanto
scaricano un seracco e noi che siamo a un'ora dal loro ghiacciaio, vediamo spruzzi di ghiaccio frantumato che esplodono in un'altra direzione quando un seracco più grande del previsto cade.

Il Campo base è montato su ghiaccio vivo ricoperto di pietre opportunamente livellate.
Luca si apparta in una tenda per se stesso, ha detto che gli concilia il sonno dormire da solo; ogni mattina si sveglia e ci racconta con chi ha avuto un flirt la notte precedente. I primi giorni si tratta sempre della sua Simona, o di altre vecchie fiamme, fino ad arrivare alla Schiffer, Cucinotta e via così. Il giovane ha fantasia. Io dormo con Gianni, che come me ha una forte predilezione per l'aglio: siamo gli unici che scegliamo di avere una tenda senza abside per avere "un migliore ricambio d'aria": aglio, cipolle, fagioli e la quota
rendono la tenda, anche semi aperta, una vera camera a gas. Paolo e Massimo, che hanno optato per una Salewa con abside, si ritrovano a dover limitare il consumo di materiale "aerofago" (che fa scoreggiare), e soprattutto con il sole quotidiano, la loro tenda diventa un formo. Ogni giorno si storce con il ghiaccio che si scioglie sotto.
La compagnia gode di scarsa salute: Massimo ha due vistose ginocchiere: il sindacalista dell'ENEL si trova in difficoltà e si riposa. Io ho un menisco rotto e Luca non ha niente di meglio da fare che scegliere la cima più distante possibile dal campo base per fare il primo tentativo. Io, dolomitista, non ho voce in capitolo perché non ho esperienza di granito: a nulla valgono le mie rimostranze che ho fatto almeno 10000 metri di dislivello di granito fino ad ora! Durante l'attacco passiamo per quello che sembra essere il vecchio campo di Doug Scott. Cerchiamo, e nei pochi rifiuti trovati c'è, addirittura, una scatola integra di Cheddar Cheese, originale inglese: la apriamo e ne esce una melassa marcia con vermi rinsecchiti! Yeah! Solo a casa vengo a sapere che forse si tratta di un formaggio pakistano in quanto per legge gli inglesi non possono inscatolare il Cheddar: forse la speranza di aver trovato una reliquia del mitico Scott svanisce quando ritorno a casa.
Piantiamo il campo e proviamo di rilassarci. La notte inizia con il "bel tempo" di stampo patagonico.
Non so se per la vista dei vermi secchi su formaggio inglese, o l'emozione di dormire come una fanciulla, al fianco di Luca Maspes “Rampikino” (che starà sognando il flirt quotidiano) ma sono attaccato dalla sindrome del viaggiatore e devo andare sotto una fitta nevicata ad espletare i bisogni fisiologici.
Alla mattina ritorniamo al campo base, non si va lontano sotto 15 centimetri di neve!.

Massimo e Gianni, appena il tempo si fa bello, decidono di attaccare un pilastro lì vicino al campo base. Massimo è stato acclamato come il "re delle placche", dopo un apprendistato in Val di Mello di una ventina d'anni. Uno di quelli del "nuovo mattino", incancrenito da una miriade di battaglie sindacali (perse), appena il tempo di fa bello, si lancia nella sua via.
Luca va a esplorare quella che definisce "l'unica via logica della parete" ed io vado a recuperare il materiale nel campo avanzato. La "via logica" si rivela un marciume brutale, la mia "via logica nel mezzo della parete" richiama disperatamente un trapano Hilti e perciò puntiamo per lo spigolo di destra. "Passati i primi 6 tiri molla", dico io; E Rampikino concorda!. Infatti, al settimo tiro la difficoltà è VII con anche passaggi di A1! L'unico tiro in cui molla un pochettino è la prima doppia!. Partendo con un Oblelix cronico come Luca, preparo cibo per un giorno per due persone: 2 pacchi di biscotti e 4 buste pronte dovrebbero bastare. Del resto, pensiamo, la via andrà in giornata o al massimo con un bivacco. Alla fine si aggiunge Gianni, e io penso di rimpinguare il viveri con tre barrette ed un pacco di biscotti. Non so che le apparenze ingannano, e che la via avrà bisogno di 4 o più giorni di arrampicata.
 Al 5° tiro, capisco come sarà la storia della via: 58 metri, circa VIII- e passi di A1. Luca arriva in sosta e mi urla in faccia che "questo è vero alpinismo, altro che il Tsaranoro BEEEE!" Il mio grugno sulla copertina della rivista del club alpino inglese è stato la fonte di prese per il culo durate un mese! I continui epitaffi alla faccia del mio Madagascar (da dove arriva lo scherzo Tsaranoro Be) sono una costante. Il fatto è che ho freddo (siamo a nord) e non mi sembra che questo sia vero alpinismo.
A me sta cosa fa cagare, penso alle spiagge assolate della Tailandia, alle falesie ben spittate, altro che questo posto di XXXXX. La sosta fa schifo, ho dovuto mettere uno spit, un chiodo brutto su di un terrazzino instabile.
Alla fine, al 9 tiro arriviamo al primo posto di bivacco che io ho accuratamente scelto: terrazzino di neve sulla roccia marcia. Nessuno vuole il posto che reputo il migliore, perché ha circa 5 metri cubi di roccia in bilico proprio sopra la testa. Luca sceglie il posto più riparato (ha solo 3 metri cubi di roccia marcia in bilico sopra), e Gianni si accomoda alla mia destra; io prendo il posto "migliore". Siamo tutti con il sedere sulla neve... solo Maspes ha il materassino, remore di un precedente bivacco l'anno scorso. La cena è due buste diviso tre.
La colazione sei (6) biscotti a testa. Mi sembra di essere un climber anoressico; va bene controllare il rapporto peso potenza, ma con poco cibo si va poco lontani.

Si riparte; Al 13° tiro la via doveva aver già spianato da un pezzo, ma mi filo i miei tre tiri di VII e artificiale. Poi va avanti Luca. Arriviamo al secondo bivacco. Per fortuna questa volta non ci sono rocce instabili sopra la testa, mi devo solo ancorare alla sosta per non volare giù dal mio terrazzino di neve pensile.
Luca e Gianni, invece si spartiscono il terrazzino di roccia obliquo. Maspes ha di nuovo il materassino...
 La cena è a base di "pollo alla cacciatora", 160 grammi liofilizzati da dividere in tre. Alla mattina la razione è di 6 biscotti. Il giorno prima abbiamo bevuto poco e questa mattina il gas è finito. Non si beve.
Per la prima volta nella mia vita, di notte ho sognato mangiare, mi ricordo anche il menù: "bistecche di cavallo al pepe verde con salsa di besciamella, vino Cabernet del Veneto, patate al forno di contorno, rucola e grana di verdura!"
Si riparte. L'espressione di Maspes è di cemento e mi chiede se mi sento "la forza": "Logico che mi sento la forza, ho appena dormito". Riparto, risalgo il mezzo tiro che aveva fatto Rampik prima di coricarsi, e arrivo nel punto dove "si va in libera, non è duro": lo graderò VII e A1! Non gli dico che la forza è rimasta nel sacco a pelo, ma aspetto la sua faccia in sosta. Io ci metto due ore, e loro 70 minuti a risalire le corde. Arriviamo alla fine dell'ennesimo pinnacolo dove credevamo di essere in cima. Non ci siamo, manca ancora. Luca mi dice, "fai altri tre tiri, che vediamo com'è."
Gianni ha smesso di parlare dal tiro 13 (siamo al 18), la discesa non sembra banale. Si scende. 
Luca, amante dell'alpinismo di questo stampo e relativamente più esperto del sottoscritto, definirà la via come "una delle esperienze alpinistiche più dure della mia carriera"; bene, penso io, posso ritornare all'arrampicata sportiva adesso!!!
ED, 18 tiri, solo 60 metri più facili del V grado.
Prima doppia, seconda, fino alla quinta.
Vedo Massimo sotto la parete, e gli chiedo se con una doppia arrivo giù:
"Ma sei scemo, mancheranno 5 doppie almeno!".
Gli rispondo che sua madre era nei sogni di Luca, ma chiedo se può andare al campo base a prendermi degli spit. Me ne sono rimasti solo due! Mi risponde, "ma ci vorranno due ore", e io gli dico: “non c'è problema, meglio due ore appesi che una vita sottoterra!".
Massimo capisce e non parte camminando, ma correndo! Continuo a scendere alla ricerca di posti per mettere chiodi normali, farò una sosta su di un nut e un chiodo normale: sembra buona, ma tutto il terrazzino si muove assieme alla mia calata. Infatti, non faccio doppia, ma mi calo sulla giunzione della corda, per evitare "di caricare la sosta in tre".
 Al 59.5 metro della corda inizio a mettere il penultimo spit e faccio scendere Luca. Alla sosta attaccati come i salami di mio nonno in cantina, guardiamo Gianni che ci recupera le corde per andare al terrazzino semovente. Siamo ora senza corde attaccati ad un unico spit, messo a mano da uno che generalmente usa il trapano...
Con sensibilità femminile Maspes mi dice:
Maspes "...e se passa Gianni in volo con le corde?" 

Pellizzari "siamo morti" 

M" “non dire cosi', Saletta sale e ci viene a prendere"
P "sai che cosa significa fare 200 metri spittati a mano senza nessuno che sa farti sicura, e da solo?"
M "sì, è vero, forse siamo morti"
P "almeno abbiamo il sacco a pelo, duriamo per tre giorni!...moriremo di giorno" 

La sosta tiene, solo che Gianni arriva pallido alla nostra e siamo tutti e due contenti di rivederlo con noi.

 Alla doppia successiva al 59.8 metro della corda metto l'ultimo spit. Tra me penso, se con questa filata non arrivo giù, siamo nel cesso. La corda arriva giù e per fortuna Saletta aveva sbagliato: erano solo 4 doppie.

Ritorniamo al campo base: siamo un pochettino stanchi, credo per una notte Luca non abbia sognato donne, ma abbia solo dormito. Io ritorno a dormire nella nostra tenda aerata, e dopo la cena luculliana, per la prima volta ne io ne Gianni ci accusiamo della scoreggia più fetente. 
Ha già ripreso a nevicare! Per altri 4 giorni fino alla nostra partenza.
Maspes, mentre noi gli portiamo il bagaglio in giù, farà la cima Simo Peak in solitaria.
La spedizione è conclusa con 1 cima salita inviolata, un pilastro nuovo salito ed una via di mezzo tra tentativo e via nuova.
Passo dai 524 spit del Madagascar ai 2 di passaggio, due di sosta e tre di doppia del Pakistan.

Nel trekking di ritorno, prendiamo acqua per i primi due giorni e sole infernale per l'ultimo.
Il mio "portatore", un ragazzino di forse 12 anni raccattato dai pastori, non va avanti: mi devo caricare il mio carico ed andare avanti. I portatori locali mi fanno entrare nella loro schiera. Dopo due ore con 34 kg sulle spalle, sono contento pagargli le loro 33 mila giornaliere.
Finalmente ritorno all'arrampicata sportiva!


PS: quando ritorno a casa scambio della corrispondenza con la forte guida Paolo Cavagnetto. Lui è tornato dalla Groenlandia. E' entusiasta del suo viaggio. Smettiamo di scriverci perché deve andare al corso delle guide alpine del Trentino. Gli dico di "trattare bene" il mio compagno di stanza alle selezioni Manuel.
Leggerò su di un giornale che Paolo, Manuel ed un altro ragazzo sono morti facendo una manovra di calata durante il corso. Apparentemente qualcosa di grosso si è mosso e li ha travolti; o lo spuntone dove erano attaccati ha deciso che era ora di scendere.
Ripenso a mente fredda quante volte mi sono attaccato, fatto sosta o calato in Pakistan su di un singolo ancoraggio, o su di uno spuntone come quello che invece ha fregato Paolo e Manuel. Come diceva Anatoli Boukreev, "nel mondo non c'è abbastanza fortuna per tutti".
Io credo di essermi presa quella di Paolo.
Per quest'estate ho smesso di arrampicare in montagna.

Mi dispiace Paolo.



da The American Alpine Journal







Campo Base, sullo sfondo il Latok III

Il pilastro salito da Gianni e Massimo
Gianni e Massimo di ritorno dalla loro via nuova
Little Karim
Il pilastro dell'"Indian Arete"
L'"Indian Arete"

Primo bivacco sull'"Indian Arete"
Secondo giorno di scalata
Il fantastico tiro del buco
Inizio terzo giorno di scalata
Il tiro più cazzuto dell'"Indian Arete"
Valanga sulla Nord del Latok I


In vetta al Simo Peak, la giornata più solitaria che ho passato in montagna


Latok III, borrow summit (Indian Face Spur) -c5,200m-:

In 1990, the Indian Face Spur, the fine granite pillar was climb by Sandy Allan and Doug Scott in 1990. The UK group climbed approximately one third of the way up the pillar at British HVS and A1/A2 but retreated with the realization that the route was far longer than it looked. However, they were able to reach the summit of Pt 5,400m via a loose ridge at AD standard. The group report much abandoned rubbish at some old Base Camps of German origin. They were able to porter out c25kg of trash from one of these camps which is now all but clear, leaving just one or two other sites, which it is hoped might be tackled by future parties visiting this relatively accessible area.
In 1999, Chinnery, Coull and Morton were making their final push on the West Face of Indian Face Spur. The crest of this prominent rock spur below a subsidiary summit of Latok III was first climbed in 1990 by Sandy Allan and Doug Scott at British 5c and A2. However, this pair stopped at a pinnacle some distance below the actual summit and made a rappel descent of the steep North Face to the left. The new Scottish line climbs the obvious groove that runs up the vertical West Face of the Arete, starting 80m up the central snow couloir. This gave continuous aid climbing for 400m with difficulties up to A3 before joining the crest of the arete at around half-height. The climbers spent five days fixing rope on the groove, returning to Base Camp each night. On the 27th they jumared the ropes to the crest, removing all the fixed gear as they went, then continued up the original route for a further 400m (passing in situ gear from the Italian attempt: see below) to reach the summit - the highest point on the crest of the ridge - on the 28th. The second half of the climb gave British VS climbing with one pitch of A2. This was the first route to reach the summit of the 'Indian Face', allowing a more straightforward descent to be made by rappelling the South East Flank.
Prior to these ascents the area had already been visited in June by the Italian team of Luca Maspes, Emanuele Pellizzari Massimo Sala and Gianni Zappa. These four remained for 18 days at or above their Base Camp close to the start of the glacier. Twelve of these days were considered unsuitable for climbing, having very poor weather or snowfall. Sala and Zappa climbed a 700m high pillar on a small unnamed rocky summit of 4,750m, situated on the south side of the glacier about one hour above Base Camp. Traditional protection was used throughout and difficulties up to F6a+ and A1 were experienced. The route was completed in a long day from Base Camp, the trio descending from the summit via three rappels in a couloir to the east and returning the same day.
Maspes, Pellizzari and Zappa then repeated the Indian Face Spur, thinking they were on new ground. They climbed the first three pitches one afternoon and fixed ropes. It then snowed for three days after which they began again, adding eight more pitches and passing a jammed Friend left by Allan in 1990. The following day they climbed another six pitches and on the final day one more pitch to the pinnacle, which marks more or less the same high point as Allan and Scott in 1990 (which they estimate to be roughly five pitches of easier ground from the c5,200m summit). Making one rappel from their high point, the Italians found traces of the top bivouac (including a rappel sling) used by the British pair in 1990. They too bivouacked at much the same spot. Whether they followed the same line as that taken by Allan and Scott is unclear but apart from the first 70m and two pitches in the middle of the route, each rope length had a minimum grade of VI and A1, with the fifth pitch the crux (VIII- and A1). The three Italians placed four bolts: two on belays, one for protection on a pitch of very rotten rock (graded A2+ and VI) and a fourth (subsequently removed) when the leader was caught out by nightfall. They rappelled the line (setting up either two-peg or one-bolt anc
hors), all very impressed with the level of difficulty and commitment. Shortly after, Maspes made a solo ascent of a small rocky summit of 4,650m, which he christened Simo Peak, close to Base Camp. He climbed the South East Face, which gave 400m of climbing up to V, then descended via an easy rock gully. The team were disappointed with the amount of rubbish they discovered (and subsequently partially brought back) at the Base Camp sites below the Latok Group, particularly abandoned tents, batteries etc, which appeared to be of French origin.


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