giovedì 22 gennaio 1998

Anticima del Cavalcorto, "Il Canalino", prima salita

Curato per diversi anni, l'ironica denominazione de "Il canalino" è in realtà una salita di ampio spessore su tutti i tipi di arrampicata mista (ghiaccio, ghiaccio sottile, erba "turf" e misto roccia in camini profondi).
Una lunga avventura riuscita in due cordate, con il bresciano Claudio Inselvini, il bergamasco Diego Fregona e "Popi" Miotti con il quale in precedenza avevo già compiuto un tentativo. Sono circa 15 lunghezze di corda ed il divertimento comincia nella parte alta, sopra la cengia mediana.
Discesa in doppia notturna fino alla cengia, con un incidente a Claudio (coscia contusa da un grosso fungo di neve crollato), poi divallati per la Val del Ferro fino al parcheggio della Val di Mello.

Il Canalino su facebook negli archivi ritrovati di Popi.

VALLE DEL FERRO
QUOTA 2358
Cresta del Cavalcorto
parete Est

IL CANALINO

Claudio Inselvini-Gianluca Maspes-Diego Fregona-Giuseppe Miotti, 
22 gennaio 1998, in circa 10 ore di ascensione effettiva

Sviluppo: 800 m (15 lunghezze di corda + tratti in conserva)
Difficoltà: V / 4 / misto (ED-)
Portare: 2 corde 50 m, scelta di chiodi, serie di friends, qualche vite da ghiaccio corta.


AVVICINAMENTO
Salire lungo il sentiero della Val del Ferro per circa 1 ora. Dopo una serie di tornanti, la traccia traversa orizzontalmente a destra in direzione della Casera del Ferro; da qui abbandonarla e per un breve boschetto portarsi nel canale nevoso che sale all’inizio del couloir (h 1,30/2).

ITINERARIO
Cominciare per un canaletto nevoso alternato a qualche breve saltino ghiacciato, fino all’imbocco di un canale con masso incastrato. Superarlo con due lunghezze di corda (max 80°/85°) e portarsi su un ripiano nevoso. Per la goulotte che costeggia le rocce (80° max, ghiaccio sottile) o la placconata sulla destra (ghiaccio sottile) salire fino ad un breve salto stalattitico che immette su una lunga colata ghiacciata appena a destra di un diedro (3 lunghezze). Da qui il canale sale per altre 3/4 lunghezze, lungo zone più facili alternate a brevi saltini di ghiaccio e misto (max 80°). Un ultimo tiro in diagonale a destra (neve pressata, max 70°) permette di raggiungere l’inizio della grande cengia nevosa inclinata. Traversare per circa 50 metri lungo il pendio della cengia fino all’imbocco dello stretto canale-goulotte che dà la direttiva alla parte alta della via. Salire per neve pressata a sinistra delle prime rocce e sostare a sinistra su una cengia inclinata con piante. Un breve saltino su turf e neve raggiunge la base di un muro più ripido (sosta a dx sulle rocce). Salire il muro con complicata arrampicata mista (roccia, poco ghiaccio e neve) traversando in alto sotto le rocce, oppure attaccare diritti, poi a sin. del fondo del diedro lungo una placca con poco ghiaccio e misto, rientrando in alto nella goulotte di fondo che porta alla base di un profondo camino (sosta a dx sulle rocce). Superare il camino con difficili incastri di corpo e sfruttando il poco ghiaccio, uscendo in una goulotte che porta ad una sosta attrezzata. Ancora diritti per neve pressata e turf fino alla base di un altro camino (sosta su roccia, a dx). Entrare nel camino alto circa 15 metri e proseguire poi per un canaletto fin sotto un blocco incastrato (sosta su roccia). Superare il breve passaggio del masso a mo’ di camino e sbucare sul pendio di piante e neve che porta alla cresta terminale (sosta su spuntone poco sotto il filo di cresta).

DISCESA
Pochi metri sotto la cresta terminale parte una serie di 7 doppie attrezzate con moschettoni (spuntoni, chiodi e piante) che riportano alla cengia mediana. Da qui traversare lungo la cengia verso Nord e percorrerla per intero ritornando nella Val del Ferro (i primi salitori hanno percorso la cengia per metà, poi sono scesi con 2 corde doppie su spuntoni lungo un canale che riporta direttamente alla base dello zoccolo). Dalla base dello zoccolo, imboccare un grande canale nevoso che scende in direzione della Casera del Ferro, facendo attenzione nella parte finale per la presenza di alcuni salti rocciosi. Al piano della Casera del Ferro si incontra il sentiero che riporta in Val di Mello.

Ghiaccio sottile nella parte bassa
Turf e placche rocciose sopra la cengia
Nei camini della parte alta
Il racconto dopo la salita:

Il Canalino
Con il ghiaccio che non vuol sentir parlare di gonfiarsi e con la neve che si è scaricata, è ora di telefonare a Popi per farlo alzare da quella sedia sempre fissa davanti al computer. Il progetto di qualche anno orsono sembra sia cotto a puntino e tutto questo fa rima con il quasi leggendario “Canalino”. E’ una denominazione che sta’ un po' stretta a questo couloir, goulotte, diedro o camino che solca per 800 metri la parete Est di una delle tante anticime del Cavalcorto. Nel 1991 ci avevamo già provato, arrivando almeno all’inizio di esso e pensando che le difficoltà per proseguire non sarebbero state eccessive. Per formare lo squadrone d’attacco, questa volta sono io che alzo la cornetta e complico gli impegni lavorativi di Claudio e Diego. I due non tardano a giungere in casa mia prima di cena, richiamati da una passione che non conosce ostacoli. Ore 5.30, colazione; ore 7.00, partenza ritardata a causa di Popi; ore 8.30, inizio delle ostilità. Mi lego con Claudio e lasciamo il maestro Popi e il suo “fan” legati insieme. La scalata si fa subito divertente, alternando lunghezze su neve pressata a sezioni di ghiaccio molto sottile, caminetti rocciosi a passaggi su “turf” (vale a dire piantare le picche nell’erba). Saliamo tutti con un interrogativo in testa: come sarà la seconda parte del canale, quella che sale nel fondo di un diedro ed è invisibile dalla valle? Le scommesse si susseguono ad ogni sosta ma pian piano riusciamo a rinfrancarci con il comune pensiero che per gli ultimi 400 metri sarà una passeggiata a 50° nella neve dura. La cengia mediana è ormai vicina e con un lungo traverso su rigonfiamenti nevosi riusciamo a raggiungerla. Sono Popi e Claudio i primi fortunati che possono ammirare lo spettacolo seguente: un orribile diedro con caminetti rocciosi, segnato nel fondo da una sottile striscia di neve e/o ghiaccio. Popi comincia ad avere dei dubbi, dopo quasi 10 lunghezze di fatiche. E’ giustificato l’amico, reduce da sette anni di inattività glaciale, da una recente operazione alla retina dell’occhio e dai consigli dei medici di non fare sforzi eccessivi. Ma la tentazione masochista dell’alpinista è troppa, e con la scusa di dare un occhio mi ritrovo già a piantare gli attrezzi nella coltre nevosa e nell’erba sottostante, entrando così nella fatidica “parte superiore”. Ricomincia il tran tran e vediamo avvicinarsi una lunghezza orripilante che secondo i dannati calcoli del comando alternato dovrebbe toccare a me. Ed infatti mi concentro non poco per superare 45 metri di ogni ben di Dio immaginabile: neve, neve inconsistente, neve polverosa, erba, erba inconsistente, roccette ghiacciate, dulfer con i guanti e jeté su ridicole pianticelle sfuggite all’inverno. In sosta sono raggiante e confortato di non aver ceduto questa lunghezza a Claudio, perché la prossima sembra ancora peggiore! All’arrivo dell’imbrunire sediamo sotto la cresta, con le punte dei ramponi smussate dalle grattate del terreno misto, giusto per scattare la prima foto con il flash e per interrogarci sul nostro più prossimo futuro. Con una pila a disposizione e le altre 3 sulla cengia, ci caliamo nell’oscurità, facendo estremamente attenzione ad ogni manovra finchè un urlo di Claudio ci sveglia dal silenzio della notte. Un grosso blocco di neve, staccato probabilmente da me, è precipitato impietosamente verso la sua coscia procurandogli una botta che solo qualche giorno più tardi riusciremo a dimensionare realmente (la stagione di Claudio è finita...). Manca un’ora alla mezzanotte quando rientriamo in fondovalle, dopo decine di corde doppie, scivolate e dopo il calvario zoppicante di Claudio. Così finisce una salita dalle dimensioni giganti che solo lo scherzoso Popi ha saputo sminuire con il diminutivo di “Canalino”.



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