venerdì 1 dicembre 1995

Cerro Piergiorgio, "Gringos Locos", tentativo

Il mio primo viaggio alpinistico extraeuropeo, invitato da Maurizio Giordani per tentare una delle pareti più belle del mondo, ancora mai salita nel suo lato Nordovest, il più alto.
Fino alla base della parete ci accompagnano i nostri amici vecchietti (Margola, Boselli, Cabas e Bonfanti), poi ci lasciano soli al nostro progetto.
Un'esperienza durata solo 25 giorni, noi due in parete, con poco materiale, al nostro massimo livello di forma e testa per l'arrampicata.
Così creiamo "Gringos Locos", il nostro capolavoro incompiuto...


(racconto del 1995 per la rivista ALP e l'annuario del CAI Valtellinese)

L’esperienza nella Terra del Fuoco, più precisamente nella regione della Cordigliera Patagonica, è una di quelle che ogni alpinista prima o poi sogna di accarezzare. 
Era giunto anche per me il momento di lasciare le montagne alpine per andare a vederne altre, più grandi, più difficili. L’occasione mi si presenta nel 1995, ad inizio autunno, quando la telefonata di Maurizio Giordani mi propone di accompagnarlo per tentare insieme la parete Nordovest del Cerro Piergiorgio. Maurizio è una persona con la quale ho parlato qualche volta insieme ma è soprattutto uno dei migliori alpinisti italiani dell’ultimo decennio, con all’attivo numerosissime scalate in tutto il mondo nonché in Patagonia dove ha già trascorso quasi un anno di vita suddiviso in sette spedizioni, alcune fortunate e altre no. 
Ad inizio novembre partiamo in sei da Milano e voliamo per due giorni fino a Rio Gallegos, la capitale della regione patagonica. Da qui otto ore in furgone su strade sterrate ci portano a Chalten, ultimo avamposto abitato prima della Cordigliera. A quattro giorni dalla partenza dall’Italia mi appaiono loro, il Fitz Roy ed il Cerro Torre, montagne-mito che avevo mangiato con gli occhi già dalle pagine dei libri e che ora si innalzavano davanti a me. Sono queste le giornate in cui l’entusiasmo della “prima volta” soffoca ogni altro pensiero.
Due giorni di cammino nei boschi, su morene e lungo ghiacciai finché appare la nostra parete.
Il Cerro Piergiorgio si presenta con una spaventosa muraglia di granito alta 1000 metri e senza apparenti linee di salita evidenti. Mi viene quasi da ridere nel pensare che saremo solo in due su quello specchio liscio per giocarci la nostra grande scommessa in uno dei luoghi più severi del mondo. I quattro amici che ci accompagnano sono anch’essi alpinisti ma per questo viaggio hanno optato per il ruolo di appoggio e sostegno morale (leggi scherzi e scenette di ogni tipo) a noi due.
Nel giorno che tocco la roccia, l’emozione e l’incertezza si miscelano nella testa e le fantasie lasciano lo spazio alla realtà più assoluta. Il famoso e perturbato tempo patagonico ci regala una giornata calda e senza vento, semplicemente l’opposto delle mie aspettative. Dopo due difficilissime lunghezze condotte da Maurizio arriva il mio momento. Cerco di distruggere il pensiero di essere qui da capocordata su una parete del genere, in Patagonia, su una via nuova già tentata da molte spedizioni ma dopo dieci metri di arrampicata sto ancora tremando Tutto appare ai confini del reale ed il fatto di poter vivere la fantascienza in prima persona non mi permette di controllare i movimenti. Cosas Patagonicas si dice qui, ma soprattutto cose mie!
Poi, improvvisamente, il piede non trema più, il pensiero si concentra su quello che devo fare, arrampicare e non solo, arrampicare bene! La giornata inghiotte i secondi, i minuti e le ore fino alle nove di sera, quando l’ultimo raggio di sole scompare nello Hielo Continental. Scendiamo sulle corde che fissiamo in parete e ci infiliamo nella truna di ghiaccio che gli amici hanno scavato nel pomeriggio, risparmiandoci così la perdita di preziosi momenti di bel tempo. Truna di ghiaccio, vale a dire una bella e confortevole tomba scavata nella neve. Quanto più di impressionante per chi se ne sta a casa nel proprio salotto, ora è il meglio che si possa desiderare come ricovero e rifugio qui in questa regione. Il vento non si sente più, le nuvole non si vedono, il freddo si mantiene costante ma a livelli facilmente dimenticabili dai modernissimi e calorosissimi sacchi a pelo. Adesso siamo rimasti soli, ci guardiamo in faccia e Maurizio si comporta da ottimo padrone di casa, preparando minestrine ed esaudendo tutte le richieste del mio stomaco brontolante.
Nelle due mattinate successive il cielo si mantiene sempre azzurro ed alle undici circa di ogni giorno ci ritroviamo in cima alle corde fisse, proprio quando il primo raggio del sole illumina la parete. Niente levatacce mattutine, sappiamo bene che su queste difficoltà il primo desiderio nella testa è quello di non avere freddo.
Tocca a me cominciare la danza sulle staffe, raccontando al mio compagno in sosta la storia di ogni metro conquistato. Friend, nut, chiodo che non entra, cliff hanger, friend, nut... forse questo non mi terrà! Due ore dopo i volteggi nel vuoto finiscono in una piccola lama tremolante di settimo grado che mi porta in sosta. Ho invocato l’aiuto di qualcuno più in alto nella speranza che quella foglia incollata sostenesse il mio peso, quegli 83 kg che stonano tanto nel mondo “sottile e secco” dell’arrampicata. Nel tardo pomeriggio Maurizio raggiunge il "Corazon", la caratteristica depressione in centro parete che somiglia tanto ad un enorme cuore. Superato quest’ultimo con uno dei due tiri “facili” della via, Maurizio prova a salire ancora per venti metri prima che il sole scompaia dietro il Cerro Rincon. Nel caricare con il proprio peso un gancetto metallico, improvvisamente, un gradino di plastica della scaletta cede ed il compagno vola per pochi metri, trattenuto da una ridicola e quasi inesistente clessidra. Per oggi basta, possiamo dichiararci esausti, fermati dall’avvenimento, dall’imbrunire e dalla stanchezza! Abbiamo sempre con noi il materiale per bivaccare in parete ma in 500 metri di verticalità non abbiamo nemmeno trovato un gradino per sedersi ed una notte trascorsa appesi alle corde non ci farebbe riposare, anzi, ci danneggerebbe.
Il Cerro Piergiorgio è uno specchio liscio e noi siamo letteralmente appesi su di esso, per ora la parete non ci ha concesso nessun regalo, tranne quello di farci sputare sangue.
Siamo ormai al limite poichè abbiamo pochissimo da mangiare e Maurizio ha una caviglia semi-infortunata dal piccolo volo di oggi. Le mani gonfie fanno male ed invocano qualche giorno di riposo e inattività. Per la prima volta nella storia di queste regioni burrascose (probabilmente) due alpinisti invocano in silenzio il brutto tempo e desiderano ciò che gli altri alpinisti scacciano dal pensiero; la necessità è rappresentata da qualche giorno di siesta al campo base, in un luogo che ci permetta di riacquistare le energie dissolte in metà parete. Nella notte Re Azul accoglie le nostre suppliche e quando la mattina metto fuori il naso dalla neve, sento di doverlo ringraziare per il malotiempo che finalmente ha raggiunto il suo habitat naturale. Sistemiamo il materiale da lasciare qui e scendiamo in circa sei ore al campo base, sballottati a destra e sinistra da una forza violenta ed invisibile che trascina e contrasta le nostre ultime riserve.
Alla Piedra del Fraile, incantevole luogo per il campo base, l’accoglienza del gestore Ricardo e degli amici, ormai sull’orlo della preoccupazione per questi due gringos che non rientrano più, è quasi commovente. Raggiungo la baracca in uno stato di euforia e di appagamento per il lavoro compiuto in parete, aiutati da un tempo eccezionale e già mi ritrovo in una situazione di estasi e di tranquillità che niente e nessuno potrebbe modificare. Vivere tre giorni simili in un ambiente simile costituiscono già il meglio che avrei potuto desiderare a casa. Peccato che non sia finito ancora niente, ora abbiamo le nostre carte da giocare nella seconda metà del muro del Piergiorgio, un debito che va saldato.    
Quindici giorni dopo siamo ancora qui immobili, il tanto desiderato maltempo si è protratto impietosamente giorno dopo giorno. E’ in questo periodo che la vera Patagonia permette di farsi conoscere. Giornate intere passate in branda con l’occhio sull’altimetro, interi romanzi di 500 pagine divorati in un sol giorno, gustosi ed abbondanti pranzi cucinati con fantasiose e nuove idee culinarie, qualche giretto nella foresta alla ricerca dell’invisibile puma. In questi giorni effettuiamo anche un tentativo di trasportare altro materiale alla base della parete. La tempesta non ci permette neanche di arrivare ai piedi del muro e veniamo bloccati dal  vento pazzesco tipico della regione, indescrivibile nella sua violenza e continuità. Ogni tanto c’è il rischio di cadere per terra e, curiosamente, mi ritrovo a ridere di questa situazione assurda. Il mio compagno là davanti che batte la traccia nella neve non è divertito come il sottoscritto, non sta provando la ridicola e assurda felicità di conoscere il famoso maltempo patagonico perché già lo conosce bene!
Poi i giorni cominciano a scarseggiare e la data del rientro si avvicina inesorabilmente. Il cambio di luna costituisce l’ultima speranza per un’inversione della pressione e rappresenta la chiave d’accesso al mondo di ciò che nessuno di noi due osa più pronunciare.
Nella mattinata del 6 dicembre nevica ancora ma nel primo pomeriggio, improvvisamente, il regalo: la pressione sale, lentamente, ma sale!
Non c’è neanche bisogno di parlare, è il momento di correre verso la parete, in direzione di quella che definiamo la ultima esperanza. Uno splendido sole fa scintillare la corona di neve sommitale che la nostra parete ha caricato in due settimane di tempeste. Alle dieci di sera siamo alla base del muro e constatiamo che la truna è stata invasa dalle recenti nevicate, ma questo era previsto. Trascorriamo la notte distesi sulla neve sotto un sasso finché le prime luci del giorno ci rivelano la bellezza dello Hielo Continental all’alba. Risaliamo le corde fisse con attenzione poiché alcune di esse potrebbero già essere state danneggiate dal vento. Abbiamo deciso di dividerci il comando della cordata un giorno a testa e oggi è Maurizio che in quasi dieci ore supera due lunghezze e mezzo con difficoltà incessanti, sempre sui livelli standard del resto della via. La mia giornata da “mulo” trascorre invece lentamente, appeso alle soste per contemplare un vero e proprio “mare” di montagne vergini che aumentano sempre più ogni volta che ci alziamo di altri cinquanta metri. E pensare che qualcuno si chiede sempre: “Dove va l’alpinismo?”
Sono le nove di sera quando ci guardiamo sconsolati e scendiamo sulle corde fisse, delusi dal fatto di non aver trovato ancora un piccolo ripiano per bivaccare in parete. Dormiamo ancora all’aperto e la mattina dopo il tempo è sempre bello, finalmente liberato dall’umore nero di Azul. Tre ore sulle maniglie jumar mordenti ci portano alla sosta sedici e ci riscaldano al punto giusto. Dall’alto comincia a cadere una pioggia di pezzi di ghiaccio provenienti dalla cresta terminale. Comincia qui una delle giornate più difficili della mia carriera alpinistica, la giornata probabilmente più importante di quella mia annata alpinistica. Dieci ore dopo decido che sarà un cliff hanger (effimero gancetto metallico da appoggiare alle più piccole asperità della roccia) a sorreggere la traversata a corda che mi riporterà nel canale. Quel diedro che dal basso avevamo valutato più semplice si è rivelato un bel canale di ghiaccio sottile e l’arrampicata si è sviluppata a destra e sinistra di esso. Le nostre speranze di un regalo finale venivano sgretolate ad ogni tiro e cinque lunghezze uguali alle sottostanti sedici hanno preso forma, sempre di settimo e ottavo grado alternato a tratti di artificiale precario costruito con ganci traballanti. Alle sette e trenta di sera ci troviamo poco sotto la fine, a circa 100 metri di dislivello dal punto più basso della cresta terminale e su terreno finalmente più facile. In mezz’ora il tempo è cambiato improvvisamente, le nubi tempestose corrono dal Pacifico e ci raggiungono in breve. Che fare? Maurizio mi propone di andare avanti nel canale ghiacciato per cercare una cengetta sulla quale bivaccare, anche nella tempesta... poi domani si vedrà.
Tento di salire un poco nel diedro che potrebbe finalmente offrire qualche passo di quinto e sesto grado. Effettivamente è così, le difficoltà tecniche calano improvvisamente ma, nuovo problema, il ghiaccio che intasa le fessure non permette di salire velocemente. I piedi sono ancora stretti nelle pedule d’arrampicata e cominciano ad essere gelidi. I guanti sulle mani non mi permettono di tastare al meglio gli appigli. Tutto ad un tratto appare nella mia mente la realtà patagonica, tutte quelle storie, tutti quei racconti che avevo letto a casa! Mi appendo ad un friend e finalmente (lo speravo!) Maurizio si intenerisce un po', proponendomi di scendere. Alla ventunesima sosta concludiamo il nostro tentativo, ad un soffio dalla cima che non riusciamo a toccare ma sulla cima del nostro impegno. Prima di notte riusciamo a scendere velocemente in corda doppia tutto l’itinerario di salita, con la tempesta che per nostra fortuna ci lascia operare in relativa tranquillità. Alla base del Piergiorgio è già notte e ci ritroviamo obbligati a dormire all’aperto per la terza notte consecutiva. Senza mangiare e senza bere ci infiliamo vestiti nei sacchi a pelo per trascorrere queste ore nella bufera. Poche ore dopo è la voce di Maurizio che mi risveglia da un leggero torpore : “Non hai ancora portato il caffè e le brioches ?”
Sono le sette di mattina quando  rimettiamo in moto le gambe verso il campo base, barcollando sul ghiacciaio per la forza del vento. Sei ore dopo è il mitico Ricardo che ci accoglie con un saluto e con una torta dedicata ai Gringos Locos che ritornano dal Piergiorgio.
Con la prima sigaretta in bocca guardo Maurizio. E’ felice. In questa mini-spedizione siamo riusciti a sprigionare il 100% di ciò che poteva essere determinante per il Piergiorgio; tutto il possibile che  poteva esser fatto è stato fatto ed anche con risultati sorprendenti. La cima sarebbe stata forse un 110%, un regalo esagerato e magari troppo costoso per me, alla prima esperienza patagonica; un’ingiustizia morale nei confronti di chi viene qui da due o tre anni ed è sempre beffato dal maltempo.

Chaltén ancora con poche case
Franz Margola e Heike, una bellissima ragazza tedesca di passaggio
Alla base della parete
Secondo giorno su "Gringos Locos"
Maurizio cerca la via
All'inizio di uno dei tiri più pericolosi
La truna sotto la parete per le nostre prime 4 notti
L'artificiale tiro del "buso"
Bruciato dopo 5 giorni di bel tempo in Patagonia
Partenza dalla Piedra del Fraile per un tentativo (fallito)
Quarto giorno in parete
Quinto giorno in parete, l'ultimo
Penultima sosta del tentativo
Ricardo offre la torta dei gringos locos
Maurizio e la bicicletta (così Ricardo intese il mio soprannome)

La situazione 2010 delle vie sul Piergiorgio, "Gringos Locos" è la n.5

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