domenica 8 marzo 2009

Tatra - Winter

Viaggio nei Tatra in inverno, cercando ghiaccio, erba e misto.
Con Christian Turk e Paolo Galli, ospiti e guidati da Igor Koller, Jaro Michalko e altri scalatori slovacchi.

Il racconto di Paolo, pubblicato sulla rivista Alp+ (che ci pagò le spese di viaggio per fare un articolo):

Il nostro viaggio è iniziato una sera di dicembre, a San Martino in Val Masino, in casa di Rampik.
Sfogliando una rivista, ci appare la foto di un tizio armato di picche che scala, qui sta il bello, qualcosa che non è né roccia né ghiaccio. Il titolo dell’articolo recita: erba è bello.
Io e Christian ne restiamo incuriositi, ma nella nostra testa già da tempo aleggia l’idea di un possibile viaggio invernale sul Ben Nevis: Rampik dal canto suo tenta di convincerci che la Scozia è ormai inflazionata, mentre quella è l’esplorazione a cui dovremmo dedicarci.
Al momento la proposta non pare proprio allettante, anzi sa quasi di fregatura, ma siamo abbastanza matti o sprovveduti da finire per crederci, e così un mattino di marzo ci ritroviamo tutti e tre in macchina, sulla strada per Bratislava.
Arriviamo con il brutto tempo che ci aspettiamo di trovare: piove. La città sembra deserta, mentre passeggiamo per le vie del centro, le stesse che probabilmente  di giorno sono affollate di turisti, né  c’è traccia delle bellezze locali di cui abbiamo sognato per tutto il viaggio, solo statue in posizioni curiose piazzate qua e là per le strade, con le quali ci divertiamo a scattare qualche foto.
Se non altro abbiamo un buon indirizzo per cena: lo Slovak Pub, frequentato da studenti e ragazzi del posto, allegro e chiassoso, che serve una buona cucina tipica. Non mancano le ragazze: almeno le apparenze sono salve.
Il mattino dopo facciamo la conoscenza di Igor Koller, che ci farà da guida, e della sua famiglia, compreso un gigantesco cane di nome Monte – non poteva essere altrimenti, pensiamo.
Veniamo subito informati del fatto che le condizioni non sono ottimali, per quello che cerchiamo: l’inverno non è stato eccezionale solo in Italia, c’è troppa neve e temperature alte, l’esatto opposto di quello che ci serve.
Poco male, qualcosa combineremo, pensiamo durante il viaggio verso nord, mentre tempestiamo Koller di domande e ci facciamo raccontare dei posti, della scalata, della sua vita…anche solo per questo, mi dico mentre lo ascolto parlare, è valsa la pena venire fin qui.


L'articolo di Igor Koller sulla defunta Su Alto
Ospiti della famiglia Koller

La nostra base, per i primi giorni, è un paesino a nord di Poprad, dal nome impronunciabile. Quello che ci è subito chiaro è che non correremo il rischio di incontrare altri italiani da queste parti - per quanto i posti siano in realtà località turistiche piuttosto note, per la gente del luogo.
Trascorriamo la giornata in compagnia di alcuni scalatori nella locale sede del soccorso, sono contenti di vederci lì e di raccontarci dei posti in cui scalano, parliamo con chi per primo ha salito diverse cascate in zona, spesso in solitaria, e scopriamo che d’estate in Slovacchia si registra un particolare fenomeno migratorio verso il Trentino, per la raccolta delle mele, tant’è che in molti sono entusiasti di farci sentire il loro italiano.
Finalmente, all’alba del terzo giorno ci mettiamo in moto, sotto una fitta nevicata. Di fatto non smetterà mai, se non per brevi intervalli, e il brutto tempo rimarrà una costante. Io e Christian, specialmente, ne siamo felici: il Ben Nevis ci sembra meno lontano, e col bello finisce che ci si annoia.
Peter Zavacky, scalatore solitario su ghiaccio

I posti sono suggestivi, grandi foreste di conifere, quasi nessuno in giro, la presenza dell’orso nei racconti degli locali, anche il rifugio in cui ci fermiamo per un tè caldo ha un che di misterioso, quasi esotico, nascosto com’è nel fitto del bosco. Scaliamo qualche cascata, fotografiamo Erik, il nostro accompagnatore, sulla palestra di dry tooling di casa, pensando che forse dovrebbe rivedere la sua scala di conversione dei gradi. Ma tant’è, posto che vai... Tornando indietro ci fermiamo ancora in un altro rifugio, questa volta sembra più un chiosco fatto di tronchi, all’interno solo un tavolo e il bancone, e foto e cimeli di un alpinismo passato appesi alle pareti, a testimoniare che anche da queste parti si scala da un bel po’. Il tè è accompagnato da un liquore di dubbia provenienza ma di sicuro impatto, le persone che incontriamo sono sempre ospitali e gentili, incuriosite dal fatto di vedere due italiani e uno svedese lassù, in quella stagione.
Quella notte io e Christian facciamo i conti con il cibo slovacco, che si dimostrerà l’avversario più ostico del viaggio. Ci vogliono stomaco e fegato, ma sa anche farsi apprezzare, va detto. Rampik non ne risente per niente, evidentemente le spedizioni precedenti l’hanno temprato. 


Il giorno dopo ci spingiamo verso la Polonia, il confine è un paesino di cui è facile ricordare il nome: Lysa Polana. Qui Schengen ha lasciato cicatrici: quando la dogana ha smesso di funzionare, è morto anche il paese, di cui si intuisce appena la passata vitalità nei locali ormai chiusi. Restano un centro informazioni, nuovo e apparentemente abbandonato, qualche baracca e solo un gatto in giro.
Arriviamo a Zakopane, dicono sia la Chamonix di lassù, le vetrine dei negozi di marche europee e americane che vediamo ci fanno pensare che sia vero, e allo stesso tempo ci chiediamo per chi siano stati aperti. I quattro soldi che abbiamo in tasca, qui ci fanno sentire dei signori.
I tanti ristoranti fanno tutti lo stesso menù: grigliata enorme a un prezzo irrisorio. Dopo cena  riusciamo anche a trovare un bar per assistere alla sconfitta dell’Inter contro il Manchester.
Il giorno seguente, tornati a Lysa Polana, scaliamo qualche cascata in un’altra foresta, che pare sconfinata,  sotto la solita fitta nevicata. E’ spessa e pesante, e non smette mai. La stagione è avanzata e il ghiaccio non è dei migliori, ma la suggestione del posto ci ricompensa del resto. Questa volta, l’orso, Rampik rischia di incontrarlo davvero, una traccia è ben visibile nella neve fresca, non devono essere passati più di cinque minuti. Io e Christian siamo più fortunati: incontriamo addirittura una cordata di due ragazze. In un posto semi deserto, due ragazze ghiacciatrici e sole ci sembrano un evento del tutto straordinario, tant’è che rimaniamo basiti e ce ne andiamo senza quasi riuscire a spiccicare parola. Sarà Rampik, dopo averle inseguite e fotografate in azione, a scoprire che le due, per scalare, si sono fatte ben 12 km sugli sci, da uno sperduto paesino in mezzo ai monti in cui stavano accampate insieme a un certo numero di altre amiche – in realtà, delle amiche lo abbiamo saputo solo in Italia, via mail, altrimenti forse avremmo rivisto i nostri piani.


Intanto il tempo passa e siamo irrequieti: le cascate da sole non meriterebbero il viaggio, a Cogne sarebbero poco più che un ripiego, per quanto scalare in un posto del tutto nuovo ci rende entusiasti, e nonostante incontriamo ogni giorno persone simpatiche. Come Jaro, che oltre a fare la guida in giro per il mondo gestisce con sua moglie un bar e un supermercato, e che ci racconta di come la crisi, pesante, si faccia sentire anche lì.
Ma non dimentichiamo lo scopo del nostro viaggio. Il programma originale prevedeva una sorta di raduno in una capanna di guardaboschi  in mezzo alle montagne, in compagnia di Koller e amici – un appuntamento fisso, per loro - per arrampicare sulle famose vie di misto che siamo venuti a cercare; purtroppo però è saltato per le condizioni avverse, delle montagne e di Koller stesso, che è dovuto tornare a Bratislava con un forte mal di stomaco – il cibo, alla lunga, non deve aver fatto troppo bene nemmeno a lui.
Prima di partire, comunque, ci ha lasciato in buone mani, e un’alternativa la troviamo: si tratta di salire a un rifugio che si chiama Chata Pri Zelenom Prese, e passarci un paio di giorni. Roba da fare ce ne dovrebbe essere in abbondanza.
La nostra guida è Jano: a guardarlo pare un agente del Kgb uscito da un film, sorride poco e parla meno, solo qualche parola di inglese, l’essenziale - mai stato a raccogliere mele, evidentemente. Ma è gentile, e conosce bene il posto dove stiamo andando, lui stesso vi ha aperto diverse vie.
E così, altra fitta nevicata e altra lunga camminata nella foresta, fino al  rifugio. Ci prendiamo giusto una manciata di minuti per scaldarci, e già siamo di nuovo fuori, impazienti di iniziare a scalare.
Il tempo qui è davvero pessimo, quasi ci troviamo in mezzo a una bufera di neve, ma pensiamo appena al posto caldo che abbiamo lasciato a meno di mezz’ora; ecco il misto che volevamo, per cui siamo venuti fin quassù, non ci importa delle condizioni, almeno un tiro lo vogliamo fare. Ci mettiamo forse un’ora, ma è divertente e finalmente ci sembra di aver raggiunto lo scopo. Battiamo i denti tremando e ridiamo, tanto passa poco tempo che siamo di nuovo al caldo.
Il giorno dopo il tempo è il solito schifo, Rampik si dedica alle riprese, al coperto – le pareti sono vicine e le vetrate del rifugio abbastanza grandi – ma io e Christian non stiamo nella pelle, e insieme a un recalcitrante Jano – che deve avere avuto occasioni migliori di scalare in questo posto, per avere davvero voglia di seguirci - ci lanciamo di nuovo fuori.
Ci dobbiamo ovviamente accontentare, assicuro Christian su una vietta di tre tiri che ci vale come assaggio delle specialità della casa: il rifugio è infatti piazzato più o meno al centro di un anfiteatro, quasi alla testa della valle, e lì intorno di vie ce ne sono molte altre, alcune lunghe fino a 300 metri, ma con queste condizioni per noi restano solo un miraggio.
La scalata è lenta, fermi in sosta si congela, ricoperti di neve, mentre il primo ha il suo da fare a pulire, cercare l’appiglio giusto, proteggersi… Ma la roccia è buona, sana: diedrini, qualche placca, anche delle belle fessure in piazzare il materiale; si scala sempre con gli attrezzi, ghiaccio ce n’è poco o niente, e quando finalmente si trova la zolla d’erba in cui piantare le becche è una benedizione, perché offre una presa facile e apparentemente sicura. Si trova raramente qualche chiodo, le soste sono da rinforzare, per lo più si usano dadi e friends, le viti non servono. Arrivati su una cengia ci caliamo da un mugo che Jano sa essere in un posto ben preciso, e che trova facilmente sotto un metro di neve: ancora mi chiedo come abbia fatto. Scendiamo per un canale, prendiamo anche una slavina, temiamo per Jano che sta davanti ma lui quasi non se n’è accorto. 



Il rientro al rifugio ci riserva una sorpresa: la festa finale di un corso Ceco di alpinismo. 
Un sacco di ragazzi e ragazze, musica, una chitarra, un violino, canzoni, rum che gira. Decisamente un’altra atmosfera, che quella dei rifugi con il silenzio alle dieci di sera, a cui siamo abituati. Noi abbiamo sbagliato i conti e ci ritroviamo senza soldi a dover contare le monetine per una birra in più, loro non so fino a quando vanno avanti, il soffitto sembra crollare mentre io e Christian cerchiamo di prendere sonno, Rampik ormai è stato adottato, lo rivedremo al mattino.
E’ l’ultima sera, vorremmo restare più a lungo, sfogliando la guida del posto ci rendiamo conto di quanto ancora ci sarebbe da vedere e da fare! Con l’erba abbiamo solo iniziato, a divertirci, ma il tempo che avevamo è terminato e il giorno dopo, a malincuore, dobbiamo scendere.
Arrivati al parcheggio il cielo si apre, spunta il sole, finalmente vediamo i Tatra: è la prima volta, da quando siamo arrivati. 


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